Oltre l’idea di felicità: vivere la gioia come stato naturale dell’essere.
Dopo aver intrapreso il mio cammino spirituale, ho avuto la netta sensazione di aver finalmente scoperto il "Segreto della Felicità".
Credo che questa percezione nascesse sia dal mio stato di benessere interiore – dal sentirmi in pace e al contempo potente nel mio essere in viaggio – sia dal riflettersi nella società in cui viviamo. Guardandomi intorno, infatti, riconosco che il desiderio di essere felici è un’esigenza primaria per le persone; ne percepisco distintamente la ricerca.
Ad un certo punto, però, ho anche compreso che la felicità era stata semplicemente ridotta a una mera idea, e questo ha cambiato radicalmente ogni cosa. È in quel momento che ho intuito l’importanza del viaggio interiore, un percorso in cui è fondamentale porsi prima di tutto domande potenti e profonde. Domande che ci rendano consapevoli di come la ricerca della felicità, se così vogliamo chiamarla, debba necessariamente equivalere alla gioia di vivere.
Nonostante questa presa di coscienza, "felicità" è una parola che uso spesso e che mi è sempre piaciuta: ne amo il suono, il fatto che sia un riflesso della soggettività dell'individuo, che induca a un riconoscimento e quindi a un’attenzione verso ciò che ci fa stare bene. L'ho sempre percepita come una parola di grande valore. Tuttavia, ho anche avuto la sensazione che il mondo l’avesse in qualche modo distorta.
Provo a spiegarmi meglio.
Io credo che ogni concetto elaborato da un punto di vista puramente mentale venga inevitabilmente privato del suo valore intrinseco. Dietro la ricerca della felicità si è creato un enorme movimento, al punto che molti arrivano persino a rifiutarla o a non crederci.
Mi domando: come si fa a non credere alla felicità? Cosa ci porta a dire cose come "la felicità non esiste"? L'idea che ne abbiamo, che è un’idea collettiva, programmata. Viviamo in una società che inconsciamente ci programma per dare una determinata definizione di cosa sia la felicità e, di conseguenza, di cosa fare per trovarla. Attraverso questo ‘lavaggio del cervello’, ci crediamo meritevoli o meno della felicità e arriviamo a rinnegarla. Rinnegare la felicità, infatti, è meno doloroso del non sentirsi meritevoli di essa.
Il problema è che spesso anche la sensazione di vivere una vita felice si rivela in qualche modo erronea, perché è quasi sempre qualcosa che ricerchiamo all'esterno e mai all'interno di noi stessi. Questo ci induce inevitabilmente a una corsa senza fine, in un tempo che non arriva mai, nel raggiungimento di obiettivi che, una volta ottenuti, non ci manterranno in un perenne stato di felicità. Questo stato, infatti, crollerà di fronte a qualcos'altro da dover ancora raggiungere.
A questo punto, la felicità non si configura come uno stato dell’essere, quanto del non essere. Perché la nostra vera natura esiste al di là degli obiettivi raggiunti, dei soldi in banca, dei follower, della macchina o della casa più grande; esiste al di là di tutto questo.
La gioia di vivere è invece uno stato dell'essere che deriva dalla connessione con la nostra vera natura e non dipende mai da qualcosa di esterno. È a questo, dunque, che dobbiamo aspirare. Certo, possiamo provare attimi intensi in cui ci sentiamo particolarmente bene, ma questo non intacca il nostro benessere di fondo, che resta a prescindere da tutto.
Allora dovremmo fermarci e porci domande che prima di tutto ci portino a conoscere noi stessi e chi siamo, al di là dei ruoli, degli averi o delle aspettative, nostre o altrui.
Solo così la ricerca della felicità si trasformerà nella gioia di vivere.
La gioia è ciò che emerge dalla ricerca di un’evoluzione costante attraverso la connessione con la nostra vera natura; e in fondo, questa ricerca è già essa stessa evoluzione.
Teniamo pure cara la parola "felicità", che in qualche modo è più comune nel nostro linguaggio, ma diamole il valore che merita, facendo sì che sia un riflesso della nostra anima e non semplicemente di ciò che crediamo debba essere.